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LA CHIESA DI SAN CATALDO

La millenaria chiesa di San Cataldo in S. Elia Fiumerapido, di origine bizantina e ricchezza storica del paese, è oggi chiusa al culto, con parti del tetto e della cupola sfondate dai bombardamenti dell’ ultima guerra, ma con le possenti strutture interne ancora semintatte e di mirabili fattezze.Si trova a nord del paese laddove s’ incrociano via Angelo Santilli e via delle Torri, dirimpetto al vecchio e diruto Palazzo Gabriele di via Discesa Cartiera. Le sue origini affondano al tempo della dominazione bizantina nel Cassinate e, molto sicuramente, a quando, fra il 1018 ed 1038, abati di Montecassino si susseguirono Todino e Basilio, prelati molto vicini ai principati bizantini della zona e di Capua. Allo stesso periodo è da riferire anche l’ edificazione della chiesa di San Basilio, a Caira (1).Già dal 980 al 994, nel vecchio Monastero benedettino di Valleluce, di epoca gisulfiana (VIII sec.), vissero 60 monaci basiliani giunti dalla Puglia e dalla Calabria al seguito dei futuri Santi Nilo di Rossano Calabro e Bartolomeo Abate, che ristrutturarono l’ antico monastero e l’ annessa chiesa di S. Michele Arcangelo, introducendovi culti di rito bizantino.E’ da ricordare, fra l’ altro, che il giovane Bartolomeo, non ancora frate, visse per un anno da eremita nell’ antica chiesetta di Santa Maria a Pescluso (Pesclusum era l’ antico nome latino dell’ attuale Monte Cifalco, dalle parole: pesc, voce sannitica che significava "sporgenza rocciosa" e da quella latina clusum = chiuso fra i monti), di cui oggi restano ancora ruderi ben conservati, nella località omonima, ben accessibile alle auto e con ampio parcheggio, dove è stata da qualche anno innalzata una grande croce di ferro e da dove non solo si gode un bellissimo panorama di Valleluce e dell’ intera valle del Rapido, bensì sono anche visitabili ben 14 fortini, ancora intatti e ben tenuti, scavati nelle rocce di Monte Cifalco dai soldati tedeschi del XIV Corpo d’ Armata della Weermacht, a triste ricordo delle sanguinose battaglie combattute sulla cosiddetta "linea Gustav", fra il 1943 ed il 1944. Nel frattempo, tornando all’ epoca di San Nilo, ad opera dell’ abate Mansone, andava nascendo l’ attuale centro abitato di S. Elia e, quando nel 994 S. Nilo e S. Bartolomeo con alcuni altri monaci lasciarono Valleluce per andare prima a Gaeta e quindi a Grottaferrata, dove edificarono l’ancora lì esistente grandioso monastero basiliano (2), molti loro confratelli rimasero nell’ antico monastero benedettino di Valleluce, continuando l’ opera di evangelizzazione e di costruzione di loro chiese nel cassinate: S. Cataldo (XI sec.), fuori le mura a nord di S. Elia; S. Onofrio, nel 1146, in località "La Fontana" (o Pantano) di S. Elia, sulla riva sinistra del fiume Rapido (3) e, quindi, nello stesso periodo del XII secolo, quella di San Basilio a Caira, introducendovi riti di ordine bizantino, che resistettero fino al 1225, quando l’ abate Adenolfo volle reintrodurvi il rito latino (4). Comunque, tale era l’ importanza che aveva assunto la chiesa di San Cataldo in S. Elia che, dal 1208 e fino al 1290, vi si concedevano quaranta giorni di indulgenze a quanti l’avessero visitata in pellegrinaggio il giorno 10 maggio, ricorrenza della festa di San Cataldo (5), che era stato Vescovo di Taranto nei primi tempi dell’ era cristiana (6). Nel 1367 un terremoto distrusse la chiesa di S. Onofrio (7) ed una nuova cappella in suo onore fu costruita "adiacente alla chiesa di San Cataldo,...dalla parte sinistra della sua facciata" (8), e cioè contigua alla parete nord della stessa. Originariamente la chiesa di San Cataldo doveva essere in austero e spoglio stile romanico con tanto di tipico catino absidale a tamburo, dietro l’ altare maggiore, rientrante a semiluna e sporgente all’ esterno a forma semicilindrica. Oggi se ne nota benissimo la sua chiusura in muratura, sostituita da fregi, rialzi e scalette di stile barocco seicentesco. L’ ingresso era ed è, anche se oggi murato, rivolto a nord-ovest. Ha quattro altari laterali, due per parte, coperti a volta ed anch’ essi in stile barocco. L’ altare maggiore è semidistrutto così come uno squarcio a ciel sereno si apre al posto della cupola originaria. Del campanile, posto sull’ angolo estremo posteriore destro della chiesa e rivolto a sud-est, dalla parte opposta all’ ingresso, resta oggi solo un troncone. La chiesa è, comunque, ancora ammirevole ed affascinante nelle sue strutture architettoniche, anche se abbandonata e spoglia. Seguendo, ora, quanto scrive il Pantoni (9), sappiamo che, in base a quanto riportato nell’ Inventario Abaziale del 1708, la chiesa di San Cataldo, come anche oggi appare e dopo i restauri e le ristrutturazioni subite fra il XIV ed il XVI secoli, era, come in origine, ad unica navata lunga m.19 e larga ed alta metri 8,44, aveva il pavimento in lastrico ed era coperta a tetto. Sull’ altare maggiore v’ era un grande quadro raffigurante due angeli che incoronavano la Madonna col Bambino e vi erano inoltre rappresentati S. Cataldo, S. Agata e S. Apollinare. Nella predella erano dipinte le figure di S. Cataldo, S. Benedetto e S. Antonio Abate. Il fonte battesimale era di notevole pregio, in pietra intagliata e adornato da statuette anch’ esse di pietra. Le campane erano del 1656. Un ulteriore restauro la chiesa lo ebbe nel 1783 ma nel 1801 fu messa a soqquadro dai soldati dell’ esercito napoleonico, guidato da Gioacchino Murat, che la usarono come dormitorio per se stessi e stalla per i propri cavalli. Fu quindi di nuovo restaurata e ridata al culto nel 1865 (10) e tale rimase fino al secondo anteguerra. Della chiesa di S.Cataldo conosciamo due suoi parroci della prima metà dell' '800: Filippo Lanni (che nel 1822 battezzò Angelo Santilli) e Angelo de Aureliis (che nel 1856 battezo Enrico Risi).   Molti anziani santeliani la ricordano ancora oggi benissimo, soprattutto per le Novene che vi si celebravano in onore dell’ Immacolata, fino all’ ultimo recente anteguerra, ma, fra il 1943 ed il 1944, durante l’ ultimo conflitto mondiale, fu devastata e distrutta e tale oggi ancora rimane anche se, come già dicevamo, il suo interno conserva un fascino unico e ben visitabile. Se ne auspica da tempo un suo restauro che la ridia viva e radiosa ai santeliani.(Benedetto Di Mambro)

 

  1. Sergio e Annamaria Saragosa : Caira, Cassino 1998
  2. Germano Giovannelli : S. Nilo di Rossano, Grottaferrata 1966
  3. Marco Lanni : Monografia su Sant’ Elia sul Rapido, Napoli 1873
  4. Giuseppe Picano : Notizie intorno al Santuario di Nostra Signora delle Indulgenze, Cassino 1900
  5. Angelo Pantoni : S. Elia Fiumerapido, Bollettino Diocesano Montecassino 1966
  6. Marco Lanni : op. cit.
  7. ibidem
  8. Angelo Pantoni : op. cit.
  9. ibidem
  10. Marco Lanni : op. cit.