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IL ROMANZO DELLA VITA DI ANGELO SANTILLI

di Benedetto Di Mambro


Napoli, 14 maggio 1848 : il Parlamento del Regno delle Due Sicilie è in piena riunione a Palazzo Gravina, in via Monteoliveto. E’ il giorno del giuramento alla Costituzione emanata da un riluttante Re Ferdinando II di Borbone il 29 gennaio del 1848. Nel mese di aprile si erano svolte le prime libere elezioni. La discussione è infuocata. A molti la Costituzione sembra troppo moderata e conservatrice e gli animi erano surriscaldati fra i rappresentanti della borghesia riformista e i più conservatori latifondisti terrieri, spaventati dalle rivolte contadine in atto. Re Ferdinando II, rimasto di idee assolutiste nonostante la forzata emanazione della Costituzione, andava facendo convogliare su Napoli truppe di soldati per paura di eventuali subbugli: il popolo rumoreggiava e aspettava trepidante le risoluzioni del Parlamento e l’ eventuale atteggiamento del Re di fronte alle contrapposizioni in atto nelle Aule di Palazzo Gravina. Qualcuno portò ai parlamentari la notizia dei movimenti di soldati in città. Questi fatti scossero gli animi dei deputati borghesi che, in gran parte, scesero in via Monteoliveto arringando la folla di popolani, che vi si era riunita, a tenere alta la guardia contro le provocazioni militari. Si cominciò ad innalzare barricate nelle vicine via Toledo, Piazza Monteoliveto, Largo Carità, via Santa Brigida e in tutti i vicoli dei Quartieri Spagnoli. Contro un migliaio di insorti, Re Ferdinando schierò 12.000 soldati fra cui alcuni agguerriti reggimenti di soldati svizzeri. L’ aria si era fatta pesante : le truppe regie si avvicinavano sempre di più alle zone sbarrate dalle barricate mentre dalle stesse, in un pumbleo silenzio, gruppi di insorti erano, in trepidante attesa, di guardia. Stava scendendo la sera. Accovacciato in un cantuccio dietro una barricata di Piazza Monteoliveto c’ era, in disparte, un giovane borghese di fiero e bell’ aspetto. In quell’ imbrunire primaverile gli si accostò un popolano che gli si sedette accanto : “E vuie chi siete?”, chiese il popolano. “Mi chiamo Angelo, Angelo Santilli e abito qui vicino ma vengo dalla provincia, da un paese vicino a Montecassino, vengo da Sant’ Elia”. “Ah! Ma vuie siete ‘o predicatore! Chillo che ha parlato tanto forte e arrabbiato contra ‘o Re pe’ tanta mesi?”. “Io sono uno di voi e come voi voglio libertà e giustizia sociale”. Tacquero. Il giovane andò indietro nel tempo con i suoi pensieri :

< Sant’ Elia è una famosa industre cittadina di oltre 6000 abitanti a quattro miglia (6 chilometri) da San Germano, l’ odierna Cassino. Le fluttuanti acque del fiume Rapido che gli scorre vicino muovono le macchine di 4 lanifici e di una maestosa cartiera : più di mille santeliani lavorano in quelle fabbriche. E’ una soleggiata e calda mattina di settembre del 1835. Angelo Andrea Santilli ha tredici anni. In corso Dante, sotto la casa del medico Silvestro Santilli, dove Angelo era nato 1i 28 ottobre 1822, sono parcheggiate due carrozze trainate da cavalli. Sono cariche di bagagli. La strada è piena di negozi di ogni genere, soprattutto osterie e caffetterie e brulica di gente. Un gruppo di curiosi concittadini si accalca attorno alle carrozze. Silvestro e sua moglie Giuseppa Mancini, aiutati dai servi di casa, continuano a portare giù baùli e masserizie. D’ intorno giocano a rincorrersi i piccoli figli Giovanni e Giuseppe con l’ amichetto Filippo Picano, sotto lo sguardo divertito del fratello maggiore Vincenzo. Manca ancora all’appello Angelo. Sul greto del fiume Rapido, non distante da casa, il piccolo Angelo, vestito a festa, si diverte con i compagni di sempre a tirare sassi sull’ acqua. “Angelo! Angelo, dove sei?” urlano da casa. “Devo andare. Mi chiamano. Devo andare a Napoli a studiare. Non so quando ci rivedremo ma voi sarete sempre i miei compagni”, dice Angelo rivolto agli amici in sdrucite camicie, pantaloncini corti e scalzi. “Ciao Angelo. Tieni, questo è per te. Ricordati di noi” lo apostrofa il piccolo Pietro porgendogli un ranocchietto. “E’ bellissimo, Pietro. Lo terrò sempre con me” risponde Angelo, nascondendoselo in petto sotto la camicia mentre si allontana per tornare a casa. Sotto il sole lo aspettano i genitori vicino alle carrozze. Baci, abbracci, qualche lacrima poi, mano a mano, salgono sulle vetture la mamma Giuseppa, Angelo, i fratelli Giovanni, Giuseppe e Vincenzo, l’ amico Filippo Picano e la fantesca Carmela. Papà Silvestro resta a Sant’ Elia per il suo lavoro di medico. Le carrozze partono alla volta di Napoli dove giungono a tarda notte. Vanno a parcheggiare in Largo Monteoliveto, alle spalle di via Toledo, da dove, passando per il portone d’ ingresso in Vico Gravina I°, cominciano a trasportare tutto il carico nell’ appartamento al secondo piano della Palazzina Leanza: quella sarà la loro nuova casa. Il quartiere era quello così detto “spagnolo”: un quartiere residenziale abitato da nobili, alta borghesia, proprietari e Ufficiali dell’ Esercito Borbonico. Al mattino, al risveglio, tutti alle finestre a studiare quel nuovo ambiente : negozi aperti, via vai di carrozze e di bella gente ben vestita e accanto alla loro abitazione un enorme e magnifico palazzone: era Palazzo Gravina, proprietà del Governo Borbonico. Nei giorni successivi i ragazzi di casa Santilli curioseggiano e giocano in Largo Monteoliveto e nei vicoli circostanti. La mamma Giuseppa comincia ad informarsi sulle migliori scuole di Napoli per mandarci i figli. Una mattina accompagna Vincenzo ed Angelo alla scuola privata diretta da Francesco Murro e lì i ragazzi studiano grammatica, letteratura italiana, filosofia, latino e greco. Tre anni dopo, nel 1838, il sedicenne Angelo si iscrive al Liceo, sempre presso la scuola di Francesco Murro, e lo frequenta per due anni, fino al 1840, quando, a 18 anni, si iscrive alla Regia Università di Napoli, alla Facoltà di Giurisprudenza. Lì conosce e fa amicizia con i suoi coetanei Giuseppe Fiorelli e Silvio Spaventa ma allarga l’ amicizia anche ai più grandi Bertrando Spaventa, fratello di Silvio, Francesco De Sanctis, Pasquale Stanislao Mancini e Luigi Settembrini. Insieme seguono anche il corso di Filosofia tenuto dal noto filosofo kantiano, il settantenne Barone Pasquale Galluppi. All’ interesse per la materia uniscono il divertimento ad ascoltare quell’ anziano filosofo di Tropea che parla di criticismo kantiano, di logica metafisica e di sintesi delle conoscenze in stretto dialetto calabrese: “ La sintesi delle conoscenze avviene a posteriori e comporta un’ originale sensistica dell’ umana conoscenza”, ripeteva ai ragazzi il filosofo.”E’ vissuto fino all’ età di sessantanni a Catanzaro, quale intendente di finanza, fin quando, per i suoi famosi studi di filosofia kantiana, non è stato chiamato nel 1831 a ricoprire la cattedra di Filosofia all’ Università di Napoli”: raccontava ai suoi giovani amici Francesco De Sanctis. Gli era rimasto quell’ accento stretto del dialetto calabrese e questo divertiva i suoi discepoli. Comunque nel 1842, all’ età di venti anni, Angelo Santilli si laurea in Giurisprudenza ed apre, così giovane, uno studio legale. Napoli, città di oltre 400 mila abitanti e ricca di industrie e di commerci, ferve di circoli culturali, che Angelo frequenta, ed è un fermento di idee liberali, seppur sotto lo stretto controllo della polizia borbonica. Il giovane Angelo ne è affascinato e comincia ad infervorarsi in frequenti dibattiti filosofici e politici con gli amici, cominciando anche ad elaborare sue proprie convinzioni, ragionando sul pensiero di Galluppi, di Cusani e degli stessi Vico, Kant e Hegel, sulle idee di Mazzini e su quelle di Gioberti. “L’ uomo non vive di sensismo o di idealismo ma della sua ragione, unica fonte della certezza e quindi della realtà dei fatti riferiti al sentimento e dei fatti riferiti all’ intelligenza” diceva fra le altre cose il Santilli, che distingueva tre stati della ragione : “quello originario con idee indimostrabili, quello volgare con l’ applicazione della ragione stessa al mondo fisico e morale, quello scientifico che era l’ applicazione perfetta della ragione alle scienze”. Il pensiero filosofico di Angelo Santilli partiva dal criticismo kantiano per poi demolinerne l’ idealismo e dimostrare come la realtà dello spirito vivesse e si sviluppasse nella Natura. Nello stesso anno 1842, all’ età di soli 20 anni, Santilli scrive e pubblica la sua prima opera filosofica, ”Le idee soggettive”, che tanta risonanza ebbe negli ambienti culturali ed intellettuali non solo del Regno di Napoli : quel suo lavoro fu subito adottato nelle scuole del Granducato di Toscana che ne richiesero una ristampa. Santilli scrisse al filosofo eclettico francese Victor Cousin, professore di Estetica presso la Sorbona di Parigi, chiedendogli umilmente un parere sull’ opera e su quelle sue idee. Cousin ne rimase favorevolmente colpito. Iniziò così una fitta corrispondenza epistolare fra i due che durò per diversi anni. Cousin gli inviava libri di filosofia francese ed anche di politica. Si trattava di filosofia estetica e soprattutto di filosofia politica circa la nascente corrente di pensiero del socialismo utopistico di Saint Simon e di Proudhon. Angelo leggeva avidamente, registrava tutto nella sua mente e vi ragionava sopra. Scrisse e pubblicò ancora, di seguito, altre memorie filosofiche che ne mantennero viva l’ ammirazione di circoli ed ambienti culturali, intellettuali ed accademici : su tutti, i saggi “Sul realizzamento del pensiero”, “Cenno psicologico sull’ attività e sulla passività dello spirito” e “Princìpi dell’ Umanità razionale”, pubblicati sul giornale “La Gazza” sul quale scrive anche saggi di estetica e poesie. Il lavoro di Santilli è incessante ma ha anche tempo per altro. Così giovane e di così bell’ aspetto, con i capelli lunghi sul collo a coprirgli le orecchie e con un accenno di barba attorno al viso, non disdegna di ammirare le formose ragazze napoletane e di ragionare d’ amore. Da tempo, si era nel 1844, il ventiduenne Angelo sbirciava dalla finestra della sua camera, che dava in un cortile interno, le finestre di fronte in cui vedeva muoversi un profilo di fanciulla di ottima famiglia: il padre, don Cesare, era notaio ed assiduo lettore de “La Gazza”, intendendosi di filosofia e di poesia. Era una ragazza bellissima, di corporatura esile, con i capelli castani raccolti sulla nuca e gli occhi di un azzurro profondo. Angelo teneva sempre aperta la sua finestra in trepidante attesa che la ragazza aprisse la sua sì da poterle rivolgere almeno un buongiorno. Angelo era estasiato ed innamorato e preso di mira dal fratello Vincenzo che lo prendeva in giro. Gli amici Silvio, Giuseppe, Bertrando e Pasquale si sforzavano di dargli consigli su come comportarsi. Una bella mattina di sole primaverile, un canto lieve e melodioso attira Angelo alla finestra. La ragazza è lì di fronte ad innaffiare i fiori sul davanzale : “Sono bellissimi !” dice con voce tenue Angelo rivolto alla ragazza; “Sono violette” risponde la fanciulla. “No, non i fiori! Mi riferivo ai vostri occhi!” si fa coraggio a dire Angelo. “Voi mi confondete, signore” fa la ragazza turbata e in atto di andarsene; “Restate, vi prego, non andate via. Confuso sono io di fronte alla vostra bellezza! Come vi chiamate?”;Margherita e voi ?”, “Angelo Andrea ma chiamatemi solo Angelo”. Continuarono a parlarsi dalla finestra anche nei giorni successivi, intercalando, Angelo, i suoi impegni di studio e di avvocato con gli amorosi colloqui con Margherita. Ci furono poi incontri fugaci ed appassionati negli scantinati del palazzo e, qualche volta, di nascosto, nei giardini di via Monteoliveto. Il 24 aprile di quell’anno, Santilli fonda e dirige il periodico filosofico, letterario e poetico “L’ Enciclopedico”, con sede in Vico Gravina 2, vicino casa sua, su cui pubblica, nel primo numero, il saggio filosofico “Sviliuppo filosofico dell’ Autorità” e molte poesie in terza rima. Al giornale collaborano, fra gli altri, lo stesso Galluppi, Gaetano Curcio e Alessandro Giordani, Giorgio Campana, Nicola Leoni e Adelaide Simonelli. Quel lavoro lo assorbe quasi completamente ma ha tempo anche di vedere, seppur più raramente, Margherita, che gli rimprovera di trascurarla troppo. La sua fama, intanto, è giunta anche al suo paese natìo, Sant’ Elia e lui va a trovare il padre Silvestro che ha modo di compiacersi con lui ma anche di invitarlo a tenersi lontano dalla pericolosa politica attiva. Lo accolgono calorosamente il Sindaco Antonio Picano, il parroco don Filippo Lanni e tanti suoi concittadini ed amici di infanzia. Tornato a Napoli riabbraccia Margherita e si ributta a capofitto nei suoi studi filosofici, letterari e politici. I due anni successivi, 1845 e 1846, lo vedono sempre più attratto dalle idee politiche liberali, rifiutando l’ azione politica del Mazzini per una Repubblica “non ancora attuabile, dice nei suoi incontri con gli amici dei circoli culturali, perché il popolo non è ancora pronto ad autogovernarsi”. Suo attento ascoltatore, interlocutore e consigliere fu sempre suo fratello Vincenzo. Santilli abbraccia il Federalismo di Gioberti in cui vede “una più fattibile unificazione dell’ Italia sotto l’ autorità del Papa che avrebbe limitato il potere dei singoli monarchi”. Scrive in tal senso, inviandogli anche alcune sue opere filosofiche, al Cardinale Gizzi, Segretario di Stato di Papa Pio IX, che gli risponde ammirato, pur così giovane, dalla sua vasta erudizione e che il Santo Padre era stato profondamente colpito dalle sue parole. Niente altro. A casa, intanto, la vita scorre serena : la madre Giuseppa accompagna a scuola e segue nell’ educazione e negli studi i piccoli figli Giovanni e Giuseppe ed il giovane compaesano Filippo Picano ; Carmela, la fantesca, disbriga le faccende di casa fra i mille dispetti dei ragazzi; Angelo e Vincenzo accompagnano, di tanto in tanto, la mamma in felici passeggiate lungo via Toledo e via Monteoliveto. Giuseppa va fiera dei progressi di Angelo nell’ attività letteraria e filosofica e di Vincenzo nell’ arte figurativa. Nel 1846, attratto dagli studi socialisti utopici francesi che il Cousin gli invia, Santilli scrive sul giornale “Il Progresso” il saggio “Individuo e società” a cui seguono “Il socialismo in economia” e “Lavoro, industria e capitale”, elaborando princìpi originali più consoni alla sua formazione liberal moderata. Cattolico e liberale, cerca di contemperare le sue convinzioni con le nuove idee socialiste utopistiche rifiutando l’ odio e la lotta di classe propugnati da Proudhon ed elaborando un liberalsocialismo umanitario in cui possano incontrarsi la domanda di più giustizia sociale della plebe e dei contadini con la necessaria offerta dei ceti più abbienti per una “più savia distribuzione delle ricchezze”. Ne discute animatamente con gli ambienti politici e culturali di Napoli e anche con rappresentanti del ceto popolare. Margherita si sente trascurata ed ha paura della nuova azione politica di Angelo. In un appassionato incontro, Margherita lo lascia ed Angelo cerca di dissuaderla dicendole che ha fortemente bisogno della sua presenza nella sua vita ma anche dei suoi impegni di studi e di politica. Margherita, che si sente trascurata ed inascoltata, è irremovibile anche se perdutamente innamorata, finisce col lasciarlo. Angelo è addolorato e scrive un’ accorata lirica sul giornale “La Gazza” perché Margherita torni da lui, preveggendo per sé una dolorosa e triste fine.


A Margherita

O bella immage, o più cara cosa

Che rendi dolce questo viver mesto,

Che vaga sembri come verde rosa

Volta ad amar con occhio amico e presto

A te sacrai quest’ alma mia ritrosa,

A te fervente questo cor t’ appresto,

Onde goderti eternamente possa

Vivente ancor oltre cupa fossa.

Odi benigna l’ umile concento

Che drizza a te l’ amante sconsolato;

Rendimi tosto nell’ amor contento;

E’l poter doma dell’ orribil fato,

Scema, ch’il puoi quest’ aspro mio tormento

Dammi quel cuor che mi si rese ingrato,

E riedimi ad amar come m’ amaste,

E’l cor mi rendi che crudel furaste.

Dal dì che mi lasciasti in abbandono

Vaghe non scorsi più le notti amene,

Sol per me i giorni orribil pena sono,

E’l duol mi va serpendo nelle vene.

Stato saria al mio cor men caro un trono

Men per me cara ogni caduca speme.

Se mantenuta nell’ amor costante

Di me saresti ancor fedele amante.

Dolce Margherita mia alma d’ amore,

Se’l mio non odi quale udrai lamento,

Al mio simil che ti domanda il core

In umil atto e in cortese accento?

O tu, che sei la Diva dell’ amore,

In cor l’ affetto non lasciarmi spento;

Ah! Ben lo seppi, il mio consuolo è morte,

Opra quest’è d’ inevitabil sorte!


Ammirevole e bella questa lirica – disse don Cesare, che non conosceva di persona Angelo Santilli e del suo amore per sua figlia , mentre la leggeva – dev’ essere molto innamorato questo giovane. Veramente bravo questo Santilli! L’ hanno nominato anche Presidente dell’ Accademia Dantesca”. Margherita chiese il giornale al padre. Corse a chiudersi nella sua stanza: lesse la poesia, pianse, la strinse al petto…. ma non rispose. Poco tempo prima, come annunciato da don Cesare, Santilli, a 24 anni, per i suoi meriti letterari e poetici, Il Governo di Napoli, anche per tenerlo più sotto controllo, tramite il Ministro della Cultura, lo aveva nominato Presidente dell’ Accademia Dantesca. L’ Accademia è frequentatissimo da letterati, scrittori, poeti ma anche da intellettuali liberali. La polizia borbonica la tiene sott’ occhio. Nel 1847 Santilli entra a pieno titolo nell’ attività politica napoletana : tiene discorsi pubblici sull’ unità nazionale, sulla giustizia sociale, sulla necessità di avere una Costituzione liberale: “ ‘o predicatore” lo chiamavano i popolani; “il predicatore” lo chiamava, per spregio, anche la polizia borbonica. Nel Governo e nella polizia borbonica del Ministro Del Carretto si rafforzarono ancor più i sospetti sull’ attività di Santilli e chiusero, nell’ ottobre di quell’ anno, l’ Accademia Dantesca. Intanto, sia per effetto dell’ azione e dei discorsi di Santilli e di altri patrioti, sia per una magra annata agricola che aveva prodotto una profonda carestia nelle campagne, cominciarono ad insorgere tumulti che partirono dalla Sicilia e si propagarono a tutta l’ Italia meridionale fino a giungere a Napoli nel novembre e nel dicembre del 1847. Alto fu il timore dei proprietari terrieri, dell’ alta borghesia e degli industriali anche per quelle parole di Santilli che inneggiavano ad “una più savia distribuzione delle ricchezze”. Il 29 gennaio 1848, un riluttante Ferdinando II di Borbone, travolto però dagli eventi, annunciò la concessione della Costituzione e l’ indizione, in aprile, di libere votazioni per eleggere un Parlamento costituzionale. Nello stesso tempo nominò nuovo Capo della Polizia il cinico Ministro Bozzelli che fece della “questione Santilli” un fatto personale. A Santilli, intanto, seppur ben disposto verso le concessioni del Re, la Costituzione sembrò troppo moderata e per nulla attenta ai princìpi di giustizia sociale. Nel febbraio del 1848, dopo breve malattia, moriva la madre di Angelo a soli 53 anni di età lasciando la cura dei piccoli Giovanni e Giuseppe, con il giovinetto Filippo, a Vincenzo, Angelo e alla fantesca Carmela. Seppur affranto dal dolore, Angelo moltiplicò la sua attività di arringatore di folle e nel marzo del 1848 fondò il giornale politico “Critica e verità” che sostituì “L’ Enciclopedico” ed aprì una frequentatissima Scuola di Diritto Costituzionale. La polizia lo teneva sempre sotto stretta sorveglianza. Il 16 aprile del 1848 i soldati borbonici irruppero in Largo Castello, nei pressi del Maschio Angioino, dove Santilli stava tenendo un comizio, e dispersero la folla: “ La nazione vuol pane ! – tuonava Santilli, con lo sguardo rivolto anche alle questioni contadine che si sviluppavano nelle province meridionali del Regno – Il popolo non vuole astratte speculazioni sulla libertà costituzionale! Esso sa solo di languire nella miseria e chiede pane! Non si può pretendere di appagare la fame con la forma di governo! Una riforma che dimentica la mancanza di prosperità sociale del popolo non è che una riforma di solo nome! La nazione vuol pane! – e ripeteva con forza, così come in tutti i suoi discorsi - Dovreste, o Governo e Ministri pensare alla saggia distribuzione delle ricchezze”. Angelo denunciò gli avvenimenti di Largo Castello, con l’ irruzione dei soldati, su “Critica e verità” e la cosa aggravò ancor più i sospetti del Re e fece inasprire ancor più i controlli e le perquisizioni della polizia di Bozzelli nella sede di “Critica e Verità” e nella stessa casa di Santilli, scovate dagli sgherri di Bozzelli pedinandolo. Intanto ad aprile si tennero le elezioni ed il 14 maggio a Napoli giunsero, da tutte le province del Regno, i nuovi deputati che si riunirono a Palazzo Gravina. Dopo i primi convenevoli iniziarono le analisi e le valutazioni della Costituzione e della formula di giuramento. I toni si facevano sempre più concitati. Ai più la Costituzione promulgata da re Ferdinando sembrava ancora troppo moderata ed assolutista e poi, fra i membri dell’ alta borghesia, serpeggiava la paura degli scioperi contadini e della plebe napoletana. Intanto re Ferdinando aveva fatto cominciare a schierare l’ Esercito, rinforzato da un agguerrito reggimento di soldati svizzeri, nei punti nevralgici della città, per paura di eventuali subbugli… >.

Angelo era sempre lì seduto accanto alla barricata a pensare agli anni ed ai giorni passati. Trascorse la notte, fra turni di guardia e dormiveglia, assieme agli altri. Al mattino del 15 maggio cominciarono a sentirsi i primi colpi di fucile : i soldati stavano dando l’ assalto alle barricate, smantellando quelle di via Santa Brigida e di via Toledo seppure, strenuamente difese dai rivoltosi fino all’ ultimo sangue. I soldati, soprattutto quelli di assoldate truppe svizzere, si avvicinavano sempre più a Largo Monteoliveto e a Palazzo Gravina sui cui tetti erano appostati con fucili anche molti deputati liberali. Giunse di corsa e trafelato Vincenzo Santilli :”Scappa, Angelo! Scappa!” , gridava rivolto al fratello Angelo appostato sulla barricata di Largo Monteoliveto. “Scappa! La polizia e gli svizzeri cercano te! Corriamo a casa!”. Angelo, suo malgrado ma spaventato seguì il fratello e andarono in Vico Gravina 1°. Salirono in casa al secondo piano e portarono a rifuggiarsi i fratelli più piccoli, Giovanni, di 14 anni, e Giuseppe, di 18, al piano superiore chiedendo asilo per loro alla famiglia del Cav. Leanza che vi abitava. Angelo e Vincenzo, invece, si barricarono in casa assieme a Filippo Picano e alla fantesca Carmela Mega. In strada si sparava e anche dai tetti di Palazzo Gravina. La battaglia si protrasse per tutta la giornata. Verso sera la barricata di Largo Monteoliveto cedette ed i soldati svizzeri dilagarono nella piazza prendendo d’ assalto Palazzo Gravina. Incautamente Filippo e Carmela fecero capolino dalla finestra di casa : due colpi di fucile li stesero esanimi. Angelo e Vincenzo cercarono di soccorrerli ma era troppo tardi. I due malcapitati erano morti, Filippo colpito al petto e Carmela alla fronte. La polizia di Bozzelli indirizzò i soldati verso vico Gravina, alla palazzina dove Angelo abitava: “E’ tutto vostro!”, sogghignò Bozzelli. I soldati chiesero come furie agli spaventatissimi inquilini del primo piano dove potevano trovare Santilli. Temendo il peggio, questi li indirizzarono al secondo piano. Gli svizzeri cominciarono a sfondare la porta di casa Santilli coi calci dei fucili e a spallate. Angelo e Vincenzo cercavano di tener fermi mobili e suppellettili con cui avevano puntellato la porta che però cominciava a cedere. In piazza si continuava a sparare e i soldati erano entrati in Palazzo Gravina e ne salivano le scale sparando verso i deputati rivoltosi che vi si erano asserragliati e fatti oggetto anch’ essi di spari dagli stessi. Di colpo la porta di casa Santilli cedette e gli sgherri svizzeri poterono entrarvi a frotte mettendo al muro Angelo e Vincenzo infilzandoli con le baionette. Intanto sopraggiunse anche Bozzelli che si sedette soddisfatto su una sedia a guardare la scena. Non paghi di averli trucidati, gli svizzeri cominciarono a sfondargli il cranio a colpi di calci di fucile: “Predicatore! ed ora perché non predichi?” sibilò in un ghigno Bozzelli guardando il viso deturpato e sanguinante di Angelo. Andarono tutti via lasciando in un lago di sangue i corpi martoriati ed esanimi di Vincenzo, Filippo e Carmela, mentre quello di Angelo lo trascinarono e lo lasciarono per le scale, da dove una banda di facinorosa plebaglia filo borbonica lo gettò in Largo Monteoliveto schiacciandogli la testa con una sasso. A sera tardi tutte le barricate degli insorti erano state abbattute e smantellate dai soldati del Re e dalle truppe svizzere. Anche Palazzo Gravina era stato espugnato e ripreso in mano dai borbonici. I morti, a centinaia, giacevano nelle piazze e nelle strade e venivano raccolti da carri trasportati da cavalli per essere tumulati in fosse comuni. Andarono a prendere anche i corpi che giacevano in casa Santilli e quello dello stesso Angelo lasciato sul selciato della piazza. Furono buttati su un carro e portati via. Re Ferdinando ed il Ministro Bozzelli avevano vinto la loro guerra contro Angelo Santilli e contro i liberal-costituzionalisti.

Benedetto Di Mambro