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EPIGRAFIA SANTELIANA

Diverse sono le tracce latine scritte lasciate dai Romani in territorio santeliano. Si tratta di ben dodici epigrafi, di cui nove ancora esistenti e visibili in zona ma solo tre, delle quali, catalogate nel Corpus Inscriptionum Latinarum (C.I.L., X con numero di codice) dallo storico ed epigrafista tedesco Teodoro Mommsen (1817-1903), mentre altre tre, anche se riportate nel C.I.L. di Mommsen, sono oggi scomparse o occultate. Esse vanno dall’ Età Repubblicana di Roma (II-I sec. a.C.) all’ epoca degli imperatori Antonini (I e II sec. d.C.). Diverse anche le letture e le traduzioni che di alcune di esse si sono fatte nel tempo, creando vere e proprie dispute di carattere storico, etnico e filologico se non addirittura, in alcuni casi, sollevando non poche confusioni.

Andremo per ordine di Codice CIL e, per ultimo, parleremo di quelle, o spezzoni di esse, ancora oggi esistenti in zona, alcune delle quali non catalogate nel Corpus Inscriptionum di Mommsen

A)  L’ epigrafe santeliana più controversa e che, più di tutte, ha dato adito ad un lungo ed articolato dibattito, fu rinvenuta nel 1865, circa 300 metri a monte del Santuario di Casalucense, durante i lavori di sbanco per i lavori in corso di ristrutturazione ed ampliamento della chiesa stessa e di costruzione del pozzo che gli è accanto, nel rimuovere "degli ingombri, che la tenevano occulta" (1). Essa è ben incorniciata ed incisa a caratteri cubitali su una roccia e, data anche un’ incrinatura che l’ attraversa per intera, così vi si legge:

NVMPHIS AETER

NIS SA CRVM

TI CL PRA ECLIGAR

MAGONIANVSPER

PRAECILIVMZOTICVM

PATREM AQVA INDVXIT

Tradotta, all’ epoca, sommariamente ed in maniera al dir poco stravagante dal sacerdote capuano Gabriele Iannelli e dall’ arciprete di S. Elia, Marco Lanni (2) e dagli stessi inviata in copia al Mommsen , che la inventariò nel suo X libro del "Corpus" con il codice CIL X 5163, l’ iscrizione, pur con l’ errore grammaticale originale di AQUA al posto di AQUAM, è così traducibile letteralmente :"Luogo sacro alle Ninfe eterne, al tempo dell’ imperatore Tiberio Claudio (TI CL), Precilio Ligario Magoniano indusse (o mandò) l’ acqua attraverso il padre (e cioè "attraverso il podere del padre") Precilio Zotico". Stendiamo un velo pietoso anche su tutte le altre traduzioni fattene, molto fantasiose e contorte, in quanto inficiate soprattutto da errate interpretazioni della frase "PER PRAECILIVM ZOTICVM PATREM", dove, da parte dei più, si è voluto leggere, ad esempio, che "Precilio Ligario Magoniano fece costruire l’ acquedotto dal (o sotto la sorveglianza del) padre Precilio Zotico". Solo a tal proposito, cerchiamo di immaginarci per un momento la scena : un giovanotto, Ligario Magoniano, che se ne va tronfio e glorioso, per le strade dell’ antica Casinum, per aver messo al lavoro il padre, come fosse un suo schiavo, a costruire un acquedotto, fino al punto di suggellare la magnificenza, dell’ atto e dell’ opera, incidendola, a caratteri cubitali, in un’ epigrafe che ne conservasse la memoria. Bastava studiarsi, dal latino, il "De aquaeductibus Urbis Romae commentarius" di Giulio Sesto Frontino (I sec. d.C.) o, più facilmente, leggersi l’ ottimo studio (3) che ne fa l’ insigne archeologo romano Rodolfo Lanciani (1846-1929), per trovare la giusta chiave di volta per la lettura, la traduzione ed il vero senso da dare a quel "PER ….PATREM". La traduzione più attinente, dunque, ci pare quella da noi offerta all’ inizio. L’ epigrafe in questione, inoltre, è da alcuni, come ad esempio Lanni (4), Carettoni (5), Di Cicco (6) o il sottoscritto (7), messa in relazione con l’ acquedotto romano che portava l’acqua dalle sorgenti di Campo di Valleluce all’ antica Casinum, attraverso anche i colli di Casalucense, mentre da altri, come Giovanni Picano (8), con un altro eventuale piccolo acquedotto che sorgeva proprio sotto quella roccia e che serviva la villa dei Precilii, Zotico (nomen servile di importazione romana) e Magoniano (figlio di Zotico ma adottato dal nonno materno della Gens campana Magonia (9)), che doveva stare poco più a valle, più o meno dove ora sorge il Santuario.

B) Più o meno nello stesso periodo in cui fu rinvenuta l’ epigrafe rupestre di Casalucense sopra descritta, si fece per la prima volta menzione di un’ altra       iscrizione su una pietra incastrata nel muro di una casa, a Valleluce, dove ancora è collocata. Si tratta di un’ epigrafe monca e moltoparziale,anch'essa     come la precedente di non facile interpretazione ed in cui si legge:

K MAEA…

P. POMPONIV…

PROBA…

Marco Lanni , attorno alla metà del 1800, dai moncherini delle lettere del primo rigo, ne trasse la lettura e la trascrizione "X IVLA EA / P. POMPONIV / PROBA", ritenendola una lapide sepolcrale dedicata da tale "P. Pomponius all’ onesta Giulia" (10). Teodoro Mommsen la riportò nel suo "Corpus" con il codice CIL X 5274/5. La lettura fattane dal Lanni fece scuola per oltre un secolo e, seppur mutandone il senso ed il significato, è resistita fino ai nostri giorni, quando, nel 1992, osservandola accuratamente ed incredulo, mi accorsi che proprio nel primo rigo quel reiterato "IVL" altro non era che una "M", leggendovisi quindi non "X IVLA EA" bensì "KMAEA". Giuseppe Picano, comunque, nel 1900 la trascrisse in "…IVLA EA… / P. POMPONIV / …PROBA…", mettendola in relazione con un’ altra iscrizione, più o meno simile, incisa su un vaso di travertino a Cassino (11). Giovanni Picano riprende l’ ipotesi interpretativa del Lanni e la riporta in "IVLA EA / P. POMPONIVS / PROBA" (12). Molto più tardi nel tempo, agli inizi degli anni 1990, qualche ricercatore cassinate riprese l’ accostamento che Giuseppe Picano aveva fatto dell’ iscrizione a quell’altra ritenuta simile ed incisa su un vaso di travertino a Cassino, ma lettura e trascrizione interpretative divennero addirittura "K IVL A B A / P. POMPONIV(s) / PROBA(vit)", leggendovisi quindi nei primi due righi che "P. Pomponio accolse festosamente gli amici alle Calende (ai primi) di luglio" : "K IVL A(ccepit) B(ene) A(micos)". Ma, come già visto, nel primo rigo non si legge né "X IVLA EA" né, tanto meno, "K IVL A B A", ma ben specificatamente "K MAEA". La lettura esatta è, dunque e senza dubbio alcuno, quella da me riportata all’ inizio, mentre per la traduzione e l’ interpretazione, eccetto il nome proprio P. Pomponio, c’è ancora molto da lavorare, anche se lo scrivente ne ha di recente abbozzata una (13), di certo non senza qualche riserva, riferendola ad eventuali lavori di manutenzione dell’ acquedotto romano di Valleluce e che comunque la propone in tal maniera : K MAEA(ndri) / P. POMPONIU(s) / PROBA(vit), al chè vi si leggerebbe che tale "P. Pomponio controllò (probavit) gli scavi (K = caesa) del cunicolo (maeandri) idrico". Si da il caso che la facoltosa Gens Pomponia avesse in zona, oltre che a Casalattico, una villa proprio a Valleluce (14), su cui successivamente, nell’ VIII sec. d.C., l’ abate Gisulfo di Montecassino fece costruire il famoso monastero di S. Michele Arcangelo: di essa restano i vani interrati e capitelli corinzi con tronconi di colonne, alcune sparse un po’ dovunque ed una colonna con capitello su un lato dell’ altare maggiore della locale chiesa di San Michele. Ora, al tempo dell’ imperatore Marco Aurelio (ed a Valleluce è stata, qualche anno addietro, rinvenuta anche una moneta con l’ immagine dell’ imperatrice Faustina, moglie dello stesso Marco Aurelio), magistrato edile con incarico alla cura degli acquedotti (curator aquarum) era proprio un P. Pomponius Proculus Pollio. Probabile, quindi, l’ identificazione di questo personaggio con il P. Pomponius dell’ epigrafe e la datazione della stessa all’ epoca dell’ imperatore Marco Aurelio (II sec. d. C.).

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C)  CIL X 5230 : "………./ M F PRISC….". E’ un moncone di iscrizione ancora leggibile su una pietra incastonata sulla parete laterale esterna alla sinistra della porta d’ ingresso alla Chiesa di Casalucense. Il primo rigo è completamente abraso ed illeggibile, mentre le lettere del secondo rigo potrebbero interpretarsi in "M(arci) F(ilius) PRISC(us)" e tradotte in "..il primo figlio di Marco..". Si tratta, molto sicuramente, di ciò che resta di una lapide funebre con un’ iscrizione dedicata al morto e cioè al primo figlio di Marco.

 

D)  Nel 1820, in località Salauca di S. Elia, fu rinvenuta (15) una stele funebre, che il Mommsen cataloga come CIL X 5240 e che ad oggi, almeno in zona, non è più reperibile. L’ iscrizione che vi era incisa recava, nel primo rigo, la tipica dicitura funebre "D. M." e cioè "DEIS MANIBUS" (agli Dei Inferi).

Sull’ epigrafe si leggeva :

D. M.

C. FVTIO C.F. SVC

CISSO VIXIT AN

NIS XVI ME IIII

VIBVLLIA AM…

NDA MATER FI

LIO PIENTIS

SIMO

ed era sulla tomba del figlio sedicenne Caio Fuzio Succisso (il quale "vixit annis XVI me.IIII" e cioè visse sedici anni e quattro mesi) di Caio Fuzio, Praefectus di Casinum (CIL X 5193-4) probabilmente nel I° sec. a.C.(16) (17) e che aveva una villa proprio alla Salauca. Nell’ epigrafe risalta la figura della madre Vibullia Amanda che piange pietosamente il figlio morto.

 

E)  A Casalucense, fino ad una quarantina di anni orsono, sul sagrato antistante la chiesa della Madonna delle Indulgenze, erano ancora aperte due tombe adiacenti, riferibili al secondo decennio del I° sec. a.C., epoca dell’ imperatore Tiberio, in cui avevano riposato i corpi di Precilio Zotico e di sua moglie. La relativa epigrafe, CIL X 5252, era scritta su uno dei coperchi delle tombe. Per porre fine ad una tradizione e credenza popolare, che aveva messo radici fra i santeliani e per la quale i pellegrini, che si recavano a visitare il Santuario, solevano, per fede e devozione, lavarsi i piedi nell’ acqua piovana che ristagnava nelle due fosse, l’ Abate di Montecassino fece ricoprire ed interrare le tombe. Dell’ epigrafe non si è avuta più alcuna notizia

 

F) Di un’ altra interessante epigrafe romana (CIL X 5282) si ha notizia che si trovasse su un muro di una casa in contrada Pecorile (18), ma di essa non si ha più traccia già dagli anni 1950 (19). E’ molto probabile che sia rimasta nascosta da un muro sovrappostole, proprio in quegli anni, nella fase di ristrutturazione di quella casa di cui ho potuto vedere una foto dell’ epoca in casa del signor Rinaldo Violo. Si trattava di una vera e propria "villa rustica romana", che seppur ristrutturata, ancora oggi è ben riconoscibile come tale. Nel 63 a.C., epoca della dittatura di Silla, nel suo "De lege agraria", Cicerone ne parla molto criticamente soprattutto per l’immenso fondo che gli era annesso, contestando la legittimità di quella concessione fatta dallo stesso Silla a tale Quinzio Valco, genero del Tribuno della plebe Servilio Rullo (20). Nell’ epigrafe, a cui mancava la cornice sinistra (21) e che aveva alcune lettere corrose da ambo i lati, si leggeva :

VEINCTIVS CAIVS PROTIMVS

NMA. QVM. LAVDE PROBAV

NIVM DECLARAT PIETAS ALUN

IIVS VALCVS PATRONVS NVS

e vi si parlava, per l’ appunto, di questo Quinzio Valco, padrone della villa e dei terreni annessi, che tesse le lodi del suo liberto Veinzio Caio Protimo.

 

G)  Una serie di altre sei epigrafi, o spezzoni di esse, sono ancora visibili e leggibili in territorio santeliano ma non tutte sono riportate nel "Corpus Inscriptionum Latinaruma (C.I.L.)" di Mommsen, forse perché mai trasmessegli o perché rinvenute molto più tardi. Noi le riporteremo, qui di seguito, in ordine di tempo in cui sono venute a nostra conoscenza e le classificheremo semplicemente numerandole:

 

1) Negli anni 1950, l’ Ing. Giovanni Picano (1891-1965) scrive, nel suo libro pubblicato postumo (22) dal figlio Arch. Giuseppe, che sin da ragazzo (già ai primi del 1900) ricordava, conservata nella sua casa, una lapide mortuaria in marmo, di epoca romana e delle dimensioni di cm. 40x30. Nel secondo dopoguerra, avendola trovata spezzata in due parti, fu fatta murare, ricomposta, proprio sulla terrazza di casa Picano, in via delle Torri, dove è ancora ben visibile:

SEVERVS. M. SEI

VARANI. SERV

VIXIT. ANNOS. III

SERENVS. M. SEI.

VARANI. DISPENSA

ET. ANTHVSA. FILIO

FECERVNT

che va tradotta in "Severo servo di Marco Sei Varano visse tre anni, Sereno, dispensatore di Marco Sei Varano, ed Anthusa al figlio posero".

 

                  2)   Sempre Giovanni Picano scrive (23) che altre quattro epigrafi funerarie "si trovano murate nell’ atrio del portone del fabbricato di abitazione                     che sta nella tenuta Chiusanova"(ex fattoria Visocchi, n.d.r.). Non tutte ben conservate e non tutte ben leggibili: una prima fa riferimento a tali L.                     Licinus e Quinzia Zosima; la seconda ha lettere leggibili sparse e vi si trae appena la lettura di "Piae….L…..Fi…..Mag….Tert…"; la terza, più                     composita e lunga ma anch’ essa non del tutto ben leggibile, sembra parlare di una certa "Iustina vissuta 40 anni"; la quarta parla di una                     "Pacciama vissuta 15 anni".

 

                   3) Molto recentemente il Prof. Giovanni Petrucci, che già da tempo ne parlava, ha ben illustrato (24), infine, le vicende interpretative ed                      ancora insolute, di spezzoni epigrafici longitudinali di marmo (CIL X 8382/3), rinvenuti in contrada Santa Maria Maggiore.

Da una prima lettura si direbbe trattarsi di un’ unica epigrafe "…CF OVF EX…ENTO…", in cui si farebbe riferimento alla tribù rustica romana Oufentina e vi si parlerebbe di un testamento. Ben si sa, però, che il cassinate e queste zone, in epoca romana ed a partire dal III sec. a.C., fossero state assegnate alla tribù Teretina, mentre alla tribù Ufentina appartenevano gli abitanti dei territori degli Equi, a cavallo fra il Lazio sud-orientale e l’ Abruzzo. Nel 1882, Marco Lanni ci riferisce, però, che il Mommsen, in quegli spezzoni, avrebbe identificato due epigrafi ben distinte: la CIL X 8382, in cui si leggerebbe solo "…FEX…/… ENTO…", forse "…(ponti)FEX…/…ENTO; quindi la CIL X 8383 che direbbe "C.F. OVS…". Il tutto tratto da vari spezzoni con sopra scritte, sempre secondo Mommsen, le seguenti lettere: CF OV/ ENTO – FEX – VIV – IC – T – AN che catalogò in ben quattro codici diversi, dall’ 8382 all’ 8385.

Benedetto Di Mambro

 
  1. Giuseppe Picano: Notizie intorno al Santuario di Nostra Signora delle Indulgenze (Cassino,1900)
  2. Marco Lanni : Monografia su Sant’Elia sul Rapido (Napoli,1873)
  3. Rodolfo Lanciani : I Commentari di Frontino sulle acque e gli acquedotti di Roma (Roma,1880)
  4. Marco Lanni : op. cit.
  5. Gian Filippo Carettoni : Casinum (Roma 1940)
  6. Sabatino Di Cicco : L’ acquedotto romano da Valleluce a Cassino (Cassino,1995)
  7. Benedetto Di Mambro : Sant’ Elia Fiumerapido ed il Cassinate (Cassino, 2002)
  8. Giovanni Picano : L’ acquedotto romano di Cassino (Cassino, 1995)
  9. Jiro Kajanto : The latin cognomina (Londra, 1956)
  10. Marco Lanni : op. cit.
  11. Giuseppe Picano : op. cit.
  12. Giovanni Picano : op. cit.
  13. Benedetto Di Mambro : op. cit.
  14. Sabatino Di Cicco : op. cit.
  15. Torquato Vizzaccaro : Marco Terenzio Marrone ed il Cassinate (Roma, 1954)
  16. Gian Filippo Carettoni : op. cit.
  17. Marco Lanni : op. cit.
  18. Ibidem
  19. Giovanni Picano : op. cit.
  20. Giuseppina Ghini – Massimiliano Valenti : Museo e area archeologica Cassino (Roma 1995)
  21. Marco Lanni : op. cit.
  22. Giovanni Picano : op. cit.
  23. Ibidem
  24. Giovanni Petrucci : Chiesa di Santa Maria Maggiore in S. Elia nella storia (Cassino, 2001)