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60° ANNIVERSARIO DEI BOMBARDAMENTI
DI Sant’ Elia Fiumerapido (8 dicembre 1943) e di Cassino (15 febbraio e 15 marzo 1944).
IN UN RACCONTO, TUTTE LE VICENDE MILITARI E VISSUTE DAI CIVILI FRA IL LUGLIO 1943 (bombardamento dell’ aeroporto di Aquino) ED IL MARZO 1944.
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LINEA GUSTAV 1943/44
di Benedetto Di Mambro
Luglio 1943, aeroporto militare di Aquino, in Provincia di Frosinone, a quindici chilometri di distanza da Cassino, presidiato da soldati ed avieri del Regio Esercito Italiano agli ordini del Comandante Capitano Alberighi. L’ aeroporto è costeggiato, a sinistra, dalla Via Casilina che, proveniente da Roma, conduce a Cassino (poco più di 120 km di distanza) e quindi a Capua e, a destra, dalla tratta ferroviaria Roma-Cassino. Lo sovrastano le alture di Monte Cairo (m.1669) e il braccio montuoso che si prolunga fino a Montecassino (m.519) con il suo celebre Monastero Benedettino. Su quei monti sono asserragliati e ben fortificati i soldati del XIV Corpo d’ armata della Wehrmacht tedesca, a guardia e difesa della valle del Fiume Rapido, di Cassino e della via Casilina proveniente da Capua. Sono le ore 17,00 del 19 luglio 1943. L’ aeroporto pullula di soldati italiani intenti alla manutenzione di aerei, camion e dell’ unico mezzo corazzato di cui dispongono. Un prigioniero sloveno fuma una sigaretta al sole di quel pomeriggio estivo, a pochi metri dalla sua cella. “Prìncic !” – lo apostrofa stancamente la sua sentinella, il giovane aviere Vittorio, di Sant’ Elia Fiumerapido (paesino di poco più 5000 anime, a circa 20 km. da Aquino e a 6 chilometri a nord di Cassino), fresco sposino della sua giovane e bella compaesana Giovanna – “Prìncic, dai. Datti una mossa, è ora di rientrare”. “Ma quante volte ve lo devo dire?” – sbotta in un italiano stentato Prìncic – “Io sono sloveno. Che c’ entro io con la vostra guerra?”. Vittorio accenna a voltarsi alzando le spalle :”Ma io che ci posso fare?” – risponde – “Ti hanno preso i tedeschi e tu stavi con con i rossi e poi ti hanno portato qui da noi. Dai! E’ ora di tornare in cella!”. Brontolando, Prìncic rientra lentamente nella sua cella, cosparsa di pagliericcio, con la sigaretta accesa fra le labbra. Circa due ore dopo, mentre ci si prepara al rancio serale nei pressi delle baracche dormitorio, un aviere italiano si accorge di una nuvola di denso fumo nero che fuoriesce dall’ unica piccola finestra della prigione da campo: è la cella di Prìncic. “C’è fuoco lì dentro!” , urla Vittorio. Si corre tutti con secchi d’ acqua mentre Vittorio, con un estintore, cerca affannosamente di sfondare la porta della prigione che ormai è tutta bruciacchiata e scotta : “Prìncic! Prìncic! Ci sei? Rispondi!” grida dal di fuori. Da dentro solo fumo, lampate di fiamme e silenzio. Si riesce finalmente a buttare giù quella dannata porta. L’ interno della cella è devastato dal fuoco e dal fumo. L’ incendio viene spento con non poche difficoltà. Prìncic giace bruciacchiato e fumante sulla branda di pagliericcio. Sembra ancora vivo ma è ricoperto da vaste ustioni. L’ ambulanza dell’ aeroporto, con Prìncic a bordo, si avvia velocemente verso Roma. Di lui non si saprà più nulla mentre al campo ci si chiede stupefatti, senza alcuna risposta certa, se l’ incendio sia stata una disgrazia o innescato dallo stesso esasperato Prìncic : quando era rientrato in cella, il prigioniero aveva ancora fra le labbra la sigaretta accesa. Ancora sconvolti dall’ accaduto e parlottanti fra di loro, i soldati italiani vengono fraternamente riportati alla realtà dal Capitano Alberighi che li distribuisce a finire di spegnere l’ incendio ed a riprendere i posti di guardia. Comincia a far buio. Il caldo di quell’ afosa estate si fa ancora sentire. Alcuni vanno a sdraiarsi sulle brande, nei dormitori; altri si attardano a quel po’ di fresco della tarda serata, seduti su sassi o sui cigli erbosi dal campo. All’ improvviso, un cupo ma ancora lontano rumore di aerei li allerta. Il Capitano Alberighi, uscito di corsa dal suo ufficio, ordina di far suonare la sirena, lo spegnimento di tutte le luci del campo e la distribuzione in punti chiave di riparo e di difesa contraerea dei suoi soldati. Sono aerei militari Alleati quelli che si stanno minacciosamente avvicinando nel buio. Alle ore 22,30 di quel 19 luglio 1943, una violenta scarica di bombe si riversa sull’ aeroporto di Aquino: il rumore assordante ed i lugubri bagliori di quel primo e mai visto, sino ad allora, bombardamento aereo sul territorio cassinate, riecheggiano violenti ad illuminare improvvisamente e svegliare di soprassalto la gente delle vallate circostanti, nel frattempo assopitasi tranquillamente in quella che sembrava dovesse continuare ad essere una normale e quieta notte d’ estate. All’ aeroporto di Aquino, intanto, dopo quel terribile ed inaspettato bombardamento aereo del 19 luglio 1943, tutto si era rimesso in moto per riparare, per quanto possibile, i danni ad aerei, casermette ed alla pista, agli ordini del Capitano Alberighi. Gli avieri italiani ripresero man mano, seppur molto turbati, i servizi giornalieri ed i giorni passavano lenti e caldi. Trascorsero, così, poco più di quaranta giorni. Superato quell’ afoso mese di agosto del ’43, settembre sopraggiunse quietamente ma carico di insidie. L’ 8 di quel mese la radio diramò, gracchiando, la notizia, senza null’ altra precisa indicazione, dell’ avvenuto armistizio firmato tra il nuovo Governo italiano diretto dal Generale Badoglio, a nome del Regno d’ Italia, e le Forze Alleate. Lo smarrimento fu forte: che fare di fronte a quell’ improvviso capovolgimento di fronte? Quale sarebbe stata la reazione dei Tedeschi, fino ad allora alleati dell’esercito italiano? E, dopo tutto, proprio i Tedeschi erano ancora lì, in mezzo a loro, arroccati sui monti circostanti e fra la gente di Cassino e dei paesini circonvicini. Il Capitano Alberighi cercò di tenere calmo ed unito il proprio contingente di avieri, in speranzosa attesa di eventuali nuovi ordini. La mattina del 9 settembre, una colonna armata di soldati tedeschi fece irruzione nel campo di Aquino assumendolo perentoriamente sotto i propri ordini. Fortuna volle che non ci furono né violenze né combattimenti armati, tanto erano smarriti e stupefatti gli avieri di Alberighi. Quel giorno e la notte fra il 9 ed il 10 settembre furono tenuti raggruppati e guardati, sotto la minaccia delle armi, dal contingente tedesco. All’ indomani mattina, dopo qualche ora di trattative con i Comandanti tedeschi, Alberighi radunò i propri uomini e, con rabbia ed amarezza, li invitò ad abbandonare quello che per lunghi mesi era stato il “loro campo” e a disperdersi per cercare di raggiungere, possibilmente, le proprie case e le proprie famiglie. Si abbracciarono fra loro lungamente, piangendo di gioia, un po’ spaesati fra disperazione e paura del futuro. Era accaduto tutto così all’ improvviso e non tutti sapevano come e dove andare. Alcuni, poco dopo, seguirono il capitano Alberighi verso Pontecorvo; altri si incamminarono in direzione di Roma seguendo, nascosti fra gli alberi e le siepi, la vicina ferrovia Cassino-Roma o la via Casilina; altri ancora si dispersero verso sud per cercare di far ritorno a casa, chi nella vicina Cassino e chi verso Caserta e Napoli, con il tumulto nel cuore fra speranza e timori. Vittorio inforcò una bicicletta e si diresse, lungo stradine parallele alla via Casilina verso Cassino, per poi risalire verso la sua Sant’ Elia: sudava, rideva, piangeva, Roberto, ed intanto pedalava di buona lena al sole di quella radiosa mattina del 10 settembre. Sentiva il cuore battergli forte: dentro si sentiva libero, sollevato e con il pensiero rivolto a Sant’ Elia ed alla sua Giovanna, ma cupi presagi lo tormentavano al solo ripensare a quella colonna armata di soldati tedeschi del giorno prima al campo e a quel perentorio scioglimento del suo contingente senza alcun ordine preciso. La guerra era finita o si era solo agli inizi? Intanto era giunto in pieno centro cittadino di Cassino e si apprestava ad attraversarlo per poi proseguire verso nord, lungo la via Sferracavalli, per raggiungere a soli 6 km. di distanza Sant’ Elia. Una gran moltitudine di soldati tedeschi e di mezzi corazzati affollava il centro di Cassino, guardato a vista dall’ alto da stuoli di sentinelle pesantemente armate e ben fortificate fra le alture di Montecassino: per il resto, solo qualche inerme e temerario civile che si affrettava verso casa. Vittorio stava proprio attraversando in bicicletta, verso le ore 12,00 del 10 settembre 1943, il centro di Cassino, quando si sentì un lontano rumore di aerei avvicinarsi che subito dopo sganciarono decine di bombe sulla città, seguite da sventagliate di mitragliatrici, con conseguente fuggi fuggi di gente sorpresa e spaventata: ci furono un centinaio di morti. Vittorio si gettò dalla bicicletta in un fossato a lato della strada rimanendovi, come incassato ed immobile, per minuti che sembrarono ore interminabili. Si rialzò indolenzito e privo di orientamento; il tempo di riprendersi e di far mente locale e subito riprese a pedalare verso Sant’ Elia, dove giunse nel giro di un quarto d’ ora, in Piazza Risi, all’ imbocco della villa comunale e stramazzò a terra privo di sensi. Si riprese sul lettino dell’ ambulatorio del dottor Arpino, con accanto la sua cara e bella Giovanna. Seppe che il raid aereo aveva colpito anche Sant’ Elia, ancora terra di nessuno, e che molti suoi compaesani erano già fuggiti via sui monti circostanti. La guerra era veramente agli inizi. Comunque molti altri santeliani, compresi Giovanna e Vittorio, restarono a Sant’ Elia. I tedeschi inasprirono i controlli nei centri abitati del cassinate e dall’ alto di Monte Cairo e di Montecassino. Circa un paio di mesi dopo sembrò che fosse tornato un momento di calma e molti santeliani cominciarono a scendere dalle montagne verso il paese pensando di poter svernare tranquillamente nelle proprie case. Intanto si giunse al giorno della festa della Madonna Immacolata: era l’ 8 dicembre 1943, festa tradizionalmente sentita ed importante per gli abitanti di Sant’ Elia. Molti, al mattino, si riversarono in piazza per assistere o partecipare alla processione in onore della Madonna; anche Vittorio e Giovanna. Verso le 11,30 scoppiò l’ inferno preavvisato da un funesto rombo di aerei. Ci fu il fuggi fuggi generale mentre dal cielo piovevano grappoli di bombe. Sant’ Elia fu colpita in pieno con crolli di case e violente vampate di incendi, mentre schegge e proiettili volavano impazziti fra la gente che cercava riparo fra le macerie. Anche i vicini abitati di Portella e Olivella furono fatti oggetto di bombardamento con numerose vittime. Non lo sapevano, ma proprio quella mattina era iniziata, non molto distante, una furiosa battaglia fra tedeschi da un lato ed americani ed un battaglione del Ricostituito Esercito Italiano dall’ altro, fra le alture di Mignano Montelungo, nel tentativo da parte degli Alleati di sfondare le linee germaniche e penetrare verso Cassino. Sant’ Elia fu distrutta per il 91% e, in tutto, morirono 320 civili mentre i feriti furono 97. Lamenti, pianti ed urla strazianti si levavano fra le macerie del paese. Si cercò, quindi, di nuovo riparo in casupole abbandonate sui monti circostanti. Anche Giovanna e Vittorio. Nel frattempo sui monti fra Valvori e San Biagio Saracinisco era in atto un’ infuocata battaglia fra truppe francesi, canadesi ed italiane del Battaglione “Bafile” contro i tedeschi, nel tentativo dei primi di scacciare i teutonici da quelle alture. Nel risalire per quei monti, Vittorio e compagni di sventura raccolsero tutto quanto potevano, fra vettovaglie ed armamenti vari abbandonati dai soldati tedeschi, per poter svernare ben approvvigionati e potersi difendere da eventuali agguati. Si era ai primi di gennaio 1944. Il 12 gennaio, americani e francesi, festosamente accolti dalla popolazione, liberarono i paesini montani di Acquafondata e Viticuso (circa m. 900 slm), ad est di Cassino. Il 14 di quello stesso mese Sant’ Elia Fiumerapido fu occupata da truppe magrebine dell’ Esercito francese agli ordini del Maresciallo Juin mentre il 16, due giorni dopo, gli alpini tedeschi della 1° divisione austriaca presero possesso, degli impervi costoni di Monte Cifalco, scavandovi nelle viscere calcaree ben 14 fortini ben armati e difesi, da dove tenere sotto tiro la valle del fiume Rapido. Fu occupato anche l’ abitato di Valleluce dove molti santeliani si erano rifugiati. Un tragico e freddo mattino nebbioso ci scappò anche un morto: mentre cercava di correre a nascondersi verso le montagne di Cese da Valleluce con due suoi compaesani, per sfuggire ai rastrellamenti, il giovane Liberantonio fu falciato dai tedeschi con una raffica di mitra mentre il suo amico Sabatino fu ferito ad una gamba. Nel frattempo gli abitanti di Portella presero, a piedi, la via dei monti del Rio dell’ Inferno e della Pineta di Vallerotonda per raggiungere Acquafondata. Intanto, truppe di soldati germanici presidiavano Cassino, Montecassino e tutti gli avamposti collinari delle contigue vallate solcate dai fiumi Rapido, Liri e Melfa. Per i civili italiani di quel lembo di territorio, che di lì a poco sarebbe divenuto il tragico nodo centrale della linea difensiva tedesca così detta “linea Gustav”, si preparavano drammatici momenti. Sempre il 16 gennaio, gli sfollati santeliani, rifugiatisi sui monti di Campodimanno, videro sopraggiungere un drappello di uomini armati. Erano cinque soldati nordafricani dell’ Esercito francese che, così seppero dopo dallo stesso, scortavano, di nascosto ed in avanscoperta, il Generale Ricciotti Garibaldi, in abiti civili, del Ricostituito Esercito Italiano che combatteva al fianco degli americani, con tanto di radio ricetrasmittente, per poter controllare la zona e tenere informato il Comando Alleato che nel frattempo si era attestato a Venafro. Gli sfollati seppero così anche che soldati francesi (magrebini), inglesi ed americani si erano impadroniti della valle del fiume Rapido e di Sant’ Elia, ponendo il proprio Comando in quella che era stata la casa del Podestà, in pieno centro storico. Il generale Ricciotti Garibaldi, che nel frattempo tramite la radio aveva dato le proprie nuove coordinate, venne accolto calorosamente da quello sparuto gruppo di profughi santeliani che lo tennero nascosto fra di loro. La mattina del 18 gennaio la radio del Generale fece sentire la sua voce invitando i civili ad abbandonare quanto prima quelle valli. Si salutarono con il Generale prendendo strade diverse. A sera tardi gli sfollati furono fatti scendere a Sant’ Elia dove, in via IV Novembre, in direzione del paesino montano di Acquafondata, li aspettava una colonna di dieci camion militari francesi. Circa 200 sfollati, fra cui anche Vittorio e Giovanna sul cassone del secondo camion, furono fatti salire, nella notte, su quei mezzi per essere trasferiti, attraverso la strada per Vallerotonda, ad Acquafondata da dove, successivamente, molti sarebbero stati smistati, attraverso Venafro, sede del Comando Alleato, verso Napoli e quindi a Castrovillari, in Calabria. La colonna dei camion, scortata da una camionetta militare, partì da Sant’ Elia, alla volta di Vallerotonda, verso le due di notte fra il 18 ed il 19 gennaio 1944. Nel frattempo, però, i cannoneggiamenti dei tedeschi dalle loro postazioni di Monte Cairo e Monte Cifalco, avevano fatto saltare la strada per Vallerotonda, creando un baratro nella carreggiata, poco prima della curva dell’ attuale sito detto “loggetta di Portella” , fiancheggiante e prospiciente il profondo vallone del Rio dell’ Inferno. Viaggiando a fari spenti, per non essere notati, i camion francesi, carichi di sfollati santeliani, proseguivano, intanto, lentamente il loro viaggio. Nel buio pesto di quella gelida notte invernale, l’ autista della prima vettura non si avvide del baratro apertosi alla “loggetta” a seguito dei cannoneggiamenti tedeschi e vi scomparve dentro, agli occhi di chi seguiva, e precipitò tragicamente con tutto il camion ed i venti santeliani che erano a bordo, uomini, donne e bambini, rotolando violentemente e fragorosamente a valle, fra gli speroni rocciosi della ripida scarpata, fino nel fondo del Vallone dell’ Inferno. Morirono tutti, fra urla strazianti e orrendamente, tranne due giovanissimi fratelli santeliani, Antonio e Iolanda, che sopravvissero allo schianto nel burrone, sbalzati fuori dal cassone e trovando la forza di aggrapparsi ai primi spuntoni di roccia dello strapiombo. Gli altri camions che seguivano si fermarono e i due giovani, intanto, furono prontamente e non senza difficoltà soccorsi. Giunti ad Acquafondata sarebbero stati trasferiti all’ ospedale di Venafro. Fortuna volle che, avvistisi del fatto, i camion che seguivano ebbero il tempo di fermarsi ed evitare la sciagura. Ad uno ad uno e lentamente aggirarono, quindi, l’ ostacolo con non poca difficoltà e poterono così proseguire, con i superstiti, per la destinazione prefissata. Giunsero, così, verso le sei del buio mattino seguente ad Acquafondata. La vallata sottostante al paese era disseminata palmo a palmo da macchine da guerra di ogni tipo: obici, mortai, mezzi blindati, camionette militari. Fra di esse e per le vie del paese era un via vai frenetico di soldati americani, francesi ed inglesi mentre, in piazza, donne e uomini servivano, agli sfollati appena sopraggiunti, razioni di cibo: pane e una ciotola di latte caldo, sotto la direzione del facente funzione di Sindaco, il parroco nonché Tenente Cappellano don Ettore. Faceva freddo su quei monti, fra la neve ghiacciatasi nella notte, ma ci si sentiva finalmente al sicuro.: a pochi chilometri a sud c’ era il Comando Alleato di Venafro. Molti furono fatti proseguire per quella direzione, altri restarono ad Acquafondata. La paura e l’ indigenza li fece subito fraternizzare con l’ accogliente e calorosa gente del posto e con i soldati alleati. Molti sfollati, anche Vittorio e Giovanna, potettero trovare un tetto dove ripulirsi e lavarsi. Trascorse così circa un mese: il fragore dei mortai e degli obici rivolti verso la piana del Rapido e Cassino non aveva mai tregua e, di tanto in tanto, anche sui colli circostanti Acquafondata e, una sola volta nel centro abitato, cadevano bombe provenienti dalle batterie di cannoni tedeschi appostati sulle alture di Monte Cairo. In un freddo mattino, dopo una notte di relativa tranquillità, mentre don Ettore si intratteneva a parlare con un ufficiale americano, d’ un tratto si udirono avvicinarsi sempre più, da lontano, assordanti e cupi rombi di aeroplani. “I bombardieri! Arrivano gli aerei bombardieri!” urlò qualcuno avvicinandosi con altri a don Ettore. “Sono aerii nostri. – rispose, con calma e in uno stentato italiano, l’ ufficiale americano – Vanno bombardare tedeschi a Montecasinoo”. “Montecassino! Gli americani bombardano Montecassino!” si sentì di nuovo gridare. “Ma a chi cazzo so’ alleati sta’ Alleati che ci bombardano puro a noi !”, urlò un vecchio imprecando. Vittorio, Giovanna, don Ettore e molta altra gente corsero verso le vicine alture delle Serre (m.1200), da dove era possibile avere sotto gli occhi l’ intera vallata del fiume Rapido, Cassino e Montecassino. Gli aerei oscuravano il cielo. Erano le ore 8 del mattino del 15 febbraio 1944. Dai monti delle Serre si assistette all’ inferno. Giunti su Cassino, gli aerei cominciarono a vomitare tonnellate di bombe di grosso calibro. Era iniziato il martirio dell’ abbazia di Montecassino. Il monastero benedettino, sul monte che sovrastava Cassino, cominciò a saltare in aria fra cupi fragori di bombe e la polvere nera che si alzava addensandosi nell’ aria. Il 15 marzo la tragica distruzione ad opera dei bombardamenti “Alleati” sarebbe toccata anche alla stessa città di Cassino che fu completamente rasa al suolo. Il 18 maggio la bandiera polacca avrebbe sventolato sulle rovine di Montecassino evacuato dai tedeschi. Ma quanto sangue ! Sul campo della furiosa e lunga battaglia sarebbero rimasti i corpi di oltre 50.000 soldati di diverse nazionalità (italiani, americani, tedeschi, inglesi, canadesi, neozelandesi, polacchi ed indiani) oltre a diverse centinaia di inermi civili.
Benedetto Di Mambro